Twitter, che ha appena compiuto 8 anni (auguri!), da quando sono uscito dalle redazioni è lo strumento che uso di più per tenermi aggiornato su quanto succede in Italia e nel mondo.

Abituato a scrivere articoli per quotidiani e settimanali, sono stato attratto a settembre 2010 dal fascino della notizia concentrata in meno caratteri di un sms. Non solo, lo scorrere e l’aggiornarsi dei tweet mi ricordava (e mi ricorda ancora) le notizie riportate dallo schermo del server all’ingresso della redazione, quello che serviva per visualizzare le agenzie di stampa.

Fonte: http://storify.com/mrsannino/il-terremoto-dell-emilia-raccontato-dal-web

Ecco, al di là dei tweet, dei retweet, delle condivisioni di articoli, foto o quant’altro, quello che cerco ogni volta che sfoglio Twitter sono le “ultima ora”, le dirette di eventi, i pensieri dei personaggi noti e dei colleghi giornalisti. Twitter spesso – penso al terremoto dell’Emilia di maggio 2012 – è più immediato di un’agenzia di stampa e, a differenze di queste ultime, non si paga. Il limite – giornalisticamente parlando – di entrambi in mezzi, invece, è identico: il tweet (o in lancio) va sempre verificato prima di trasformarlo in una notizia.

Non basta quindi l’autorevolezza di chi informa, anche se può essere un buon modo per fare una prima scrematura delle nostre fonti. Nel caso dei giornalisti tra l’altro, gli account verificati sono una rarità, come riportato in una ricerca sull’uso di Twitter dell’agenzia di comunicazione internazionale Edelman condotta su un campione di 2000 giornalisti iscritti. In verità non c’è unicità di vedute nemmeno per stabilire come misurare l’autorevolezza di un giornalista.

«Non c’entra nulla il numero di follower, ma le menzioni dell’account di un giornalista che gli utenti twitter inseriscono nei propri tweet (e retweet)», afferma Giacomo Fusina, titolare Human Highway (società di ricerca su internet) su DataMediaHub. Daniele Bellasio, social media editore de Il Sole 24 Ore, al Festival del Giornalismo di Perugia di aprile 2013, invece, dichiarava – per sottolineare la penetrazione della sua testata su Twitter – che sommando i follower dell’accout principale con quelli di sezione e dei singoli giornalisti, Il Sole arrivava a quota un milione.

Di sicuro «prima del 2009 era impensabile che un giornalista di una testata autorevole potesse pubblicare una singola riga di testo online senza l’approvazione del direttore», il pensiero di Gregory Galant, co-fondatore Sawhorse Media, espresso al Festival di Perugia del 2013. Oggi la maggioranza dei giornalisti comunicano direttamente col proprio pubblico e anzi sono le stesse testate cartacee ad invogliare i propri dipendenti ad aprire account. «Il Sole 24 Ore in quanto testata ha difficoltà ad entrare in contatto con i lettori in modo informale, cosa che i social network invece richiedono – dichiarava ancora Bellasio lo scorso aprile – quindi abbiamo molto invogliato i nostri giornalisti ad essere presenti personalmente». Stessa scelta de La Stampa come ha scritto Anna Masera, social media editor del quotidiano torinese, rendendo pubblico il Decalogo per l’uso dei social media, in cui sono indicati limiti precisi all’azione dei redattori. Due esempi per tutti: le notizie vanno date prima al proprio giornale, cartaceo o digitale (punto 3); è proibito divulgare sui social media notizie che La Stampa non ha ancora pubblicato, non importa in quale formato (punto 5).

E a proposito dell’uso da parte dei giornalisti delle notizie che apprendono nelle redazioni e in particolare dalle agenzie di stampa cui sono abbonati (loro o le testate per cui lavorano), può risultare utile leggere il caso, risalente al 2012, “Reuters vs Goria” (qui il racconto dal Post) e terminato con le scuse dell’agenzia di stampa al giornalista.

Un esempio che però denota come Twitter possa essere considerato, lo sintetizza bene Giuseppe Granieri de La Stampa, «la spina dorsale della distribuzione delle notizie».

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