Facebook ha assunto in molti Paesi un ruolo centrale nella strategia di marketing delle piccole aziende sulla scia dei grandi colossi che hanno da tempo percepito le infinite potenzialità di questo strumento per la promozione dei propri servizi e del proprio brand.

Recenti studi come quello della “Manta“, dimostrano come sul mercato più “social” per antonomasia, ossia quello americano, il 50% delle piccole e medie imprese è ormai attivo, mentre il 36% delle PMI americane vi partecipa con il fine di acquisire e coinvolgere nuovi clienti.

Inoltre, secondo una ricerca di “Costant Contact” fatta su un campione 1.100 piccole imprese del mercato a stelle e strisce, l’82% delle piccole imprese attive sui social ha deciso di investire primariamente proprio su Facebook, ritenuto lo strumento più consono per il raggiungimento dei propri obiettivi.

Quanto questi dati siano rapportabili al mercato italiano è difficile saperlo con precisione, sicuramente il livello di attenzione al mondo dei social da parte delle piccole imprese nostrane c’è, ma permangono ancora delle difficoltà. Eppure qualcosa si sta muovendo: sono sempre più frequenti casi di piccole imprese italiane che investono sui Social Network (Facebook in pole position) per promuovere la propria attività fidelizzando i clienti già acquisiti e cercandone di nuovi.

Si moltiplicano infatti le pagine Facebook di locali quali ristoranti, pub, discoteche che promuovono i propri eventi e la propria immagine cercando di far leva sulla partecipazione attiva di una clientela che, nelle intenzioni dell’azienda, dovrebbe identificarsi come parte di una comunità portatrice di una esclusività di cui – in alcuni casi – è gratificante vantarsi pubblicamente.

Più complesso appare il discorso per le piccole imprese che vendono beni materiali la cui fruizione non è riconducibile ad un luogo fisico predeterminato. È sicuramente necessario creare una contenutistica che dia un valore aggiunto all’utente, che non si limiti a pubblicizzare il bene in sé e che arricchisca, sotto il punto di vista emozionale, chi vogliamo che condivida quel post e che – quanto meno – lo commenti interagendo con esso.

Tuttavia è forse il settore dei beni immateriali, come quello dei servizi, il campo di sperimentazione più interessante del Social Media Marketing su Facebook. Il concetto di “valore aggiunto” qui si esprime in tutta la sua portata: un’azienda emergente, per spiccare nella giungla delle pagine fan di Facebook, deve arricchire costantemente l’utenza con informazioni e contenuti che riguardano certamente il proprio ambito d’intervento, senza focalizzarsi troppo sulla propria offerta commerciale.

Il proprio brand si promuove mostrando competenza nel settore, offrendo valore aggiunto senza chiedere nulla in cambio. Il riconoscimento che ne deriva, ed il prestigio che in questo modo vi si può costruire, aiuterà ad incrementare le vendite più di qualsiasi catalogo ben congeniato.

La predisposizione mentale che un piccolo imprenditore deve mostrare per accettare una siffatta impostazione di marketing non è purtroppo un dato che si può dare per scontato. Tutt’altro.

In Italia purtroppo si sconta ancora questo ritardo di approccio, specie nelle imprese di piccole dimensioni. Non si coglie l’importanza dello strumento e delle regole non scritte che bisogna rispettare per acquisire prestigio, così come non vengono presi ancora sul serio i professionisti che dedicano tempo ed energie alla realizzazione di post quotidiani.

La globalizzazione, tuttavia, impone uno scatto mentale tanto alla piccola impresa del Piemonte quanto a quella pugliese, e non è detto che questa crisi non acceleri questo processo lasciando campo libero a nuove imprese, più dinamiche e disposte a concorrere sul mercato sfruttando pienamente le potenzialità offerte dai Social.

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