La risposta più spontanea sarebbe: “la barba e un cappello”.

Ma questo non è un quiz e non siete finiti in un classico gioco da tavola degli anni ottanta.

Siete in un gioco dove la posta in ballo è molto più alta: l’ambizione di far conoscere Giuseppe Verdi al mondo intero.

Si obietterà che la fama del maestro ha già raggiunto da un pezzo una dimensione transnazionale o per meglio dire planetaria.

Ma la conoscenza di cui stiamo parlando non è un fatto individuale che ha a che fare con un processo cognitivo personale e solitario.

Stiamo parlando di una conoscenza collettiva, connettiva e proattiva.

 Dai primi giorni di Novembre Giuseppe Verdi ha cominciato a viaggiare in giro per il mondo, chi non se ne fosse accorto dia un’occhiata all’hashtag #FoundVerdi  e troverà tutte le istantanee del maestro immortalato nei luoghi più impensati del globo che continuano a fiorire mirabilmente su una speciale mappa di Pinterest.

Il nano e Verdi hanno in comune quindi anche altro: il viaggio.

Se ricordate la storia, il viaggio del simpatico amico di Amelie aveva un significato terapeutico, restituire la jeux de vivre a suo padre che si era chiuso in una grigia e solitaria venerazione del nano da giardino dopo la morte della moglie.

Giuseppe Verdi non vuole essere un nano da giardino, chi lo conosce davvero sa che fu per tutta la sua vita uno sperimentatore, sempre alla ricerca di soggetti nuovi per le sue opere e proteso verso traguardi sempre più alti. Di certo non vuole essere pietrificato e ascoltato in contemplazione ma vuole tornare a vivere.

Soprattutto, da grande innovatore, ha compreso l’importanza di una cultura condivisa e partecipata. Vuole colmare le distanze tra le persone che lo amano e tra il pubblico e la sua musica. Anche il suo viaggio ha un valore terapeutico, quello di curare la cultura da vecchie concezioni riduzionistiche e manichee che contrappongono ancora in maniera discriminante una cultura alta ad una cultura bassa sulla base del numero di persone che vi partecipano (pochi= di nicchia vs molti=di massa), perdendo di vista la qualità complessiva dell’esperienza culturale in quanto tale.

Lo scopo del viaggio di Verdi è far conoscere Verdimuseum, un app ed un portale multilingue che intendono alimentare un’idea nuova della cultura che induce le persone a farsi creatori di senso. Solo in questo modo la cultura non può dirsi morta, quando continua a produrre valore.

Verdimuseum vuole essere un incubatore prismatico che riflette le narrazioni dei singoli utenti – siano essi appassionati o neofiti – degli incontri personali con l’arte e l’umanità di Verdi, l’eterogeneità degli interessi verso il suo mondo.

Conoscenza connettiva e collettiva non vuol dire appiattimento ma al contrario arricchimento, vuol dire cercare armonie e analogie ma anche, perché no, dissonanze e contrasti tra l’oggetto culturale e le culture altre, inevitabilmente e fortunatamente diverse e distanti.

Vuol dire dialogo, confronto. Un principio, quello del confronto, che è la spinta propulsiva dei viaggi fisici e del viaggio nel web 2.0, quello buono, quello brulicante di vita e di idee, quello che conferma l’assunto che “il tutto è più della somma delle parti”.

Potremmo ascrivere #FoundVerdi al novero delle operazioni di guerrilla marketing ben riuscite, ma questa trottola lanciata nel mondo ha forse poco in comune con le strategie di assalto e assomiglia molto di più ad un gioco, un gioco che può farsi molto più serio di una bomba.

Marianna Farese

 

 

One thought on “Cos’hanno in comune il nano di Amelie e Giuseppe Verdi?

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