Ormai era una tradizione anche se non ci vedevamo spesso come una volta. Quando il tempo lo permetteva, concludevamo le serate passeggiando verso casa, prendendo quelle stradine di campagna dove non passava mai nessuno, chiacchierando delle solite cose. Amici di vecchia data, problemi diversi ma sempre la stessa voglia di prenderci poco sul serio.

Tappa obbligatoria, prima di salutarci, era il frutteto del signor Gatti: poco illuminato e protetto solo da un basso muretto di mattoni facile da scavalcare. Gatti era il classico “vecchio di paese”, burbero ma buono e noi non certo ladri di cui aver paura. Era solo una ragazzata: prendevamo una mela o un’albicocca, una pesca o qualche ciliegia – quello che c’era di stagione. Solo una a testa, niente di più.

Lo facevamo ridendo, sfottendoci a vicenda, sottolineando chi si era ingrassato, chi scavalcava col fiatone, chi crollava dal sonno dopo la giornata passata con i figli. Tutto era cambiato tranne quel piccolo momento.

Arrivati a destinazione notammo il cartello nuovo.

Attenti al cane

Ma dai, figuriamoci se il vecchio si sarebbe mai preso un cane, proprio lui che non sopportava nemmeno quelli degli altri. Si chiamava persino Gatti, era un controsenso in partenza. Scavalcammo senza troppi problemi, come tante altre volte prima: il cane immaginario diventò solo il soggetto di nuove battute e di qualche attenzione in più. Chissà se qualcuno credeva davvero al cartello – se ne vedono in giro talmente tanti, addirittura affissi sulle porte degli appartamenti.

“Intanto andrebbe tradotto in qualche lingua dell’est”, dissi io ridendo e scatenando la discussione sull’efficacia deterrente. “…e in arabo”, rispose Ale, seguendo la piega razzista che avevamo dato alla conversazione. Continuavamo a ridere, assaporando quel frutto così acerbo che ci faceva parlare in modo ridicolo. Finirlo era una prova di forza a cui nessuno si sarebbe sottratto.

“Aggiungiamo anche l’inglese, sennò poi dicono che siamo razzisti e lo commercializziamo. Anzi no, download gratuito. Ecco, ecco: mettiamo il cartello col cane e uno aggiunge la scritta nella lingua che vuole. Aggiungiamo il servizio di traduzione di Google e siamo a posto.”

“Sì, dai, proprio il traduttore di Google. Così magari uno si trova col cartello attenti al pane. Vatti a fidare. Traduciamo noi in una decina di lingue e creiamo un contenuto virale.”

Decidemmo così di lanciare una sfida: trovare il messaggio più efficace da mettere sul cartello per poi affiggerlo alla porta di casa. Sfida che ovviamente veniva presa poco sul serio, come tutto il resto della serata.

 

Passò oltre un mese prima che mi ricapitasse l’occasione di passare sotto casa di Ale, che evidentemente aveva preso la cosa sul serio. Sul portone del condominio il cartello c’era ma non avvertiva della presenza di cani feroci o padroni pericolosamente armati. Era semplice e geniale.

Attenzione: i vicini sorvegliano

Nessun punto esclamativo, nessuna traduzione, aveva cambiato il target del messaggio. L’avviso per i potenziali ladri nascondeva un messaggio più profondo: ricordare ai vicini che facciamo parte di una comunità che si protegge e, cavolo, poteva funzionare.

Sorrisi alla signora che mi guardava storto dalla finestra del primo piano e continuai per quella strada, percorsa già migliaia di volte ma che oggi mi sembrava più sicura.

 

One thought on “Attenti al cane

  1. Bellissimo articolo! Da amante dei cani apprezzo soprattutto l’idea di non usarli da deterrente e, piuttosto, spingere i vicini a non fregarsene di quello che succede intorno!

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