Entrare nel mondo MartiniSPA è un po’ come visitare la fabbrica di Willie Wonka: stessi colori sgargianti, stessi aromi inattesi, stessa sensazione di essere catapultati in una foresta misteriosa. Dagli angoli fanno capolino alberi magici e, fin dall’inizio del percorso, hai la sensazione di essere osservato dagli animaletti e dalle faccine ammiccanti che fanno capolino dai loro nascondigli.

Appena entrati, già ci fermiamo: Mattia Maroni, la nostra guida, ci indica degli enormi cubi di spugna verde. Sorride e dice solo: “Divertitevi”.

Non ha dovuto incoraggiarci più di tanto: alla prima “t”, infatti, noi tre autorevoli e abbondanti over-venti avevamo già preso la rincorsa per tuffarci nella spugna con l’entusiasmo di un bambino il 25 dicembre. Riemerse dalla nebulosa ovattata, sentiamo un profumo inteso: ha qualcosa della menta e delle erbe, ma è indefinibile. Un’operatrice in divisa viola sta sfornando spugne bambù con la stessa solerzia e dedizione con cui gli Umpa Lumpa creavano i cioccolatini, con l’espressione concentrata e attenta. Da un immenso rullo arriva un impasto aromatico verde intenso, che viene insufflato negli stampini e spruzzato d’acqua.

Veniamo invitate e prendere una di queste spugne in mano: da vicino sono di un verde ancora più psichedelico. Sono umide e spargono un odore inebriante. Non riesco a fare a meno di stropicciarle e schiacciarle tra le dita, come un antistress.

Mattia ci fa strada nel labirinto di enormi cubi colorati: nel tetris 3D si vedono strati e strati di spugna di colori e trame diverse, viene voglia di toccarle tutte, come nei musei, quando la maschera non guarda e si allunga furtivamente un dito sulla statua prescelta.

Qui, invece, le dita affondano nel morbido e viene voglia di pizzicare queste pareti soffici e passare le unghie sulle pareti porose come se fosse Pan di Spagna.

Sotto ad alcuni scaffali spuntano tozzetti di spugna rosa shocking, abbandonati come gessetti sotto ad una lavagna. Sembrano enormi coriandoli tridimensionali: verrebbe voglia di saltarci sopra. Da altre scansie, invece, si allungano lunghissimi reticoli da cui sono state ritagliate migliaia di spugne, che sembrano tentacoli di octopus giganti. Di fronte a noi, distese e distese di spugne di colori diversi mescolate tra loro dentro a grosse recinzioni, come i parchi di palline dove giocano e sprofondano i bambini: darei non so che cosa per tuffarmici dentro. Ad intervalli regolari un bocchettone di metallo, sbuffando, spara spugne arancioni in mezzo alla montagna Arlecchino. 

Facendo una gincana tra macchinari misteriosi e salendo una scaletta, sentiamo un aroma delicato, di latte: dentro a degli stampini viene “spugnato” un materiale color carta da zucchero e un’operatrice dalla coloratissima divisa verde estrae velocemente tanti piccoli meteoriti spugnosi. Dall’aspetto queste spugne piene di crateri sembrano ruvide, ma quando le prendiamo in mano ci accorgiamo di quanto siano morbide, e ci viene spiegato che sono state create per il bagnetto dei neonati.

Poco oltre, macchinari silenziosi lavorano i filati come per magia, come se delle Parche invisibili stesso tessendo sotto i nostri occhi. Nel laboratorio, invece, diversi colori fluo brillano nelle provette, con degli appunti segnati a matita.

Nell’edificio adiacente le spugne sono impacchettate e divise per collezioni: la famiglia Luxury, nel suo elegante nero carbone, è altezzosa dirimpettaia delle fette di anguria, mele, pere, banane e limoni della serie Frutta, mentre l’esotica Bambù ha per vicini di espositore gli animali della più nostrana linea Fattoria. La linea make up, la più glamour delle sorelle, ha dei colori che farebbero innamorare anche una beautyblogger daltonica.

La sorpresa più bella, però, è il cadeau finale: una shopper immensa, profumatissima e colma di ogni sorta di spugna mai creata: dal guanto scrub pensato anche per i mancini alla spugna rosa di loto a quella giallo crema al karitè.

Data la quantità di doni, avevo pensato di sacrificarmi e regalarne almeno qualche esemplare alle amiche per Natale. Quando si è trattato di scegliere la vittima, però, ho metaforicamente “gettato  la spugna”: sono troppo belle per regalarle. Le mie amiche possono sempre comprarsele.

Articolo di Valentina Pascarella

Photo Giulia Berni

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